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Poesie

Io come scrittore

Le mie poesie

Ho visto Dio

Ho visto Dio in un giorno di pioggia
non era male, era bello, elegante.
Vestito bene e con la cravatta.
Scrutava le case, la strada
i passanti, i cani...
Era Dio, e attorno a Lui non pioveva
Era Dio, un dio asciutto.
Osservava le sue creature,
le osservava muoversi,
frettolose, preoccupate, chiuse.
Ho visto Dio incurante di me,
assorto e immobile: pensava.
Poi ad un tratto, parve scorgermi
e si voltò, allungando un po' il collo.
Gratificato gli sorrisi
e lui, alzando un po' il mento
si aggiustò la cravatta
e tornò a girarsi
concentrato sulle sue creature.
Ho visto Dio…era un padre asciutto.

g.g.

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Il cerchio della vita



Passava leggera dietro una finestra
sollevata dal suolo con sguardo impaurito
e io turbato stringevo gli occhi
per essere certo
di quell'inquieto evento.
Addosso aveva una veste nera
che tutta la copriva e tutto appiattiva
veloce ed effimera
come la sua inutile vita
fissava di pietra insistente infantile
una bellezza glaciale sprigionava dei raggi
Qualcosa stonava, qualcosa mancava
era tornata, meschina, per un ultimo bacio
quello che le era mancato
per chiudere il cerchio
il cerchio dicevo
della sua inutile vita.

g.g.

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Il corvo e la femmina



Ho un bel corvo sulla spalla
Che sta saldo, unghie curve
Unghie curve e affilate
E che affondano squarciando.
Ho un fatal corvo sulla spalla
Serio nero e inespressivo
Ogni tanto cambia umore
E chissà i suoi intenti
Qualor contento sente i miei.
Scuro, torvo e minaccioso
Ogni tanto va di lato
E ricaccia le sue unghiacce
Nel profondo del mio nervo.
Ho una pena nel mio cuore
Che anch'essa ben affonda
E inesorabile ferisce.
Ma le gocce scaturite
Non son rosse non son dense
Che il corvaccio risoluto
Va a cavare dai miei occhi.
Femmina e corvo in fin dei conti
Che volete van d'accordo.
Finirà il mio tormento
Quando i due all'unisono
Ben contenti saran sazi
Di sorbire dal mio corpo.
Fin che allora soddisfatti
Cercheranno all'orizzonte
Un recipiente ben fornito
Di speranze da succhiare.

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Questa pallida luna



Intenso è il dolore,
immenso il pentimento
immenso il rammarico...
toccami...toccami...toccatemi,ora.
Io forte e tenace,
lei piccola, umile
ma di lei le qualità
ingigantivano le mie mani,
ingigantivano le ambizioni
e accecavano il mio sguardo
che di fuoco era divenuto
e i dardi filavano, sì filavano
in ogni dove, guizzavano veloci
e assieme a loro si allontanava
consapevole la mia anima.
La mia anima che inconsistente si faceva,
dimentica di quell'amore cavalcava.
Di tutto il suo cuore una pietra restava
e i miei dardi corti divennero,
corti e leggeri e freddi.
La prego signore mi tocchi
mi dia la sensazione del passato
che queste sbarre non permettono il ritorno
vi prego signori toglietemi questa gabbia
Toccami...toccami...toccatemi, ora.
La mia era finta gioia, no, vera
e lei non capiva.
Lei sapeva e giocava.
Era inverno e tremavo e la luna ansimava
e il mio cuore ansimava
lei un caldo recò e io lo colsi
solo io potevo.
Ora chiuso qui dentro, nella gabbia
lor signori non ignoratemi
toccami...toccami...toccatemi,ora,
evocate in me un minimo sentore
un minimo sentore, sotto questa pallida luna
di tenerezza, di quella che lei
col suo cuore di pietra
estirpare dal mio ha voluto,
sotto questa pallida luna.

g.g.

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Lo spasimante respinto


Teneva testardo i suoi fianchi di marmo
Lei le mani in avanti a respingere il fuoco
Il fuoco maschile che rende taurini.
Nero e bianco a volte a fatica ci stanno
E il grigio si sa non è sempre opalino.
Viveva sognava a volte illudeva
Che la musa consente potesse accettarlo
Ma lei ben accorta restia s'imponeva
E lui ora spenta ogni sua poesia
Tenace soffriva dei suoi malumori.
Focoso dicevo e in fondo anche ingenuo
Arpionava la bella con ghigno austero.
Ma in fondo si sa la bellezza sublima
In una gran ginocchiata invero dolente
Con angolo retto preciso fa scempio
Là dove centrale in dovuta evidenza
Il gioiello di lui gagliardo s'alzava.


g.g.




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Un amore respinto




Un amore finito

Chiedete lor signori
Chiedete pure a me
Chi fu splendido fiore
Chi fu quel dolce incanto

Radioso al mio fianco.
Ponete la questione
Forza orsù coraggio
Non fatevi frenare

Da ciò che ora provate
Dallo strazio che sprigiona
Il triste mio dilemma.
Sapete che è accaduto?

Capitene il motivo
La tenera fiammella
Che ardeva nel suo cuore
Sfrangiata dai mille venti

Ahimè è dileguata
Ed ora lor signori
Sto qui a illustrare
Cogli occhi miei velati
Il dramma mio interiore.

che ardeva nel suo cuore
sfrangiata dai mille venti
ahimè è dileguata
ed ora lor signori
sto qui a illustrare
cogli occhi miei velati
il dramma mio interiore.

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Un giorno come tanti



Un giorno come tanti

Un dì parea qualunque
Un giorno come tanti
E a rifletterci ben sopra
Non recava alcun colore.
Solo eccezion dei tuoi capelli
Li sentivo sul mio viso
Lo sfioravano appena
Ma resi inconsistenti
Dalla tua volontà
Di fuggire via
Di fuggire via da me.
Il vuoto che recasti
Non fu di compagnia
Il vuoto che recasti
Marcò la tua importanza
E fuggire via da me
Mi fece sol riflettere
Che i chiari tuoi capelli
Non sento tra le dita
Non tocco il lor spessore
E ahimè ora inconsistenti
Come appunto un dì qualunque
Un giorno come tanti.

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Oh Socrate

Oh Socrate

Santippe stralunata
Col dito l'indicò
E lui che a piedi scalzi
I discepoli guidava
Cercò con noncuranza
Di meglio interpretare
Ciò che gli riusciva
Cioè dell'ignoranza
del quale andava fiero
Si fece scudo a oltranza
Di tante negligenze.
Che conta il firmamento
Che conta la Cumana
Se quando a casa torno
Non v'è sembianza umana?
Per non parlar del desco
Oh numi! Che squallore
Non vedo alcun diletto
Che il calice può dare
E in cuor è risaputo
L'idea mia geniale
Di bere la cicuta
Per rendermi immortale.
Lontano dall'arpìa
Che Anassagora perdoni
Perdoni il mio tormento
Nel cosmo non v'è spazio
Del vin consolatore
E allora alzo il calice
Cavando il mio intento
Di uomo assai ignorante
Gustando il buon veleno.

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Dedicata a Saffo

Una mano coperta dall'altra
e beato lo sguardo, profondo
profondo di un dio in procinto,
come una fiera in attesa.

Gli occhi di lui insistenti
nel tuo cielo infinito, angosciante
sterminato per me e mi perdo
geloso smarrito nel vuoto.

Finché dirada allorquando
per un istante incrocio il tuo azzurro.
In me tristezza e un fuoco interiore
che brucia spietato di dentro le vene.

In ombra in disparte osservo
ancora il tuo rider beffardo
unito a un incerto sorriso
e parole squisite, squisite per lui.

A quel dio con mani frapposte
o forse inquiete e incerte
che fremono e bramano avide
i tuoi tratti, il tuo splendore.

E in me null'altro espande
vuoti e inutili slanci
rivolti con affanno e dolore
ai tuoi tratti… al tuo splendore…

Invero è certo che Saffo
muta e sgomenta ansimava
e di morte certa convinta
gelosa e preda d'amore.

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Divorzio

Sudate le mani ed il collo
D'angoscia invero opprimente,
Osservavo chinato sul banco
Il legale con labbra sporgenti
A spinger esortando la firma
Da apporre sull'atto finale.
I miei fiori appassire dovranno
E le foto bruciare d'incanto.
E il prete il verbo cambiare,
Mutare per Dio questo è certo
Che il "per sempre" desueto e funesto
In "cercherò" che senz'altro è corretto.
I baci gli sguardi e l'amore
Cancellare non v'è dubbio si può.
Non si può altrettanto questo è certo
Togliere il rosso dal conto corrente
Che un dì lontano, estasiato e accecato
Per i suoi occhi languidi e belli
Con amore e noncuranza io stesso
Iniziai traboccante fiducia,
Per i debiti e buona causa
Una causa ora alla fine
Che il rosso si fa più accecante
Ma per Dio qualcuno mi spieghi
Perché mai noi uomini stolti
Per amore per passione e per brama
Alla fine dobbiam come fessi
Smentir il "per sempre" di prima.
Se qualcun pria mi accennava
Che il "cercherò" saria più appropriato
Una moto, una moto comprava
Coi soldi del viaggio di nozze
Ed il resto ben largo ci stava
Pei capricci miei antichi di bimbo
Una tuta spaziale, una clava
Per difesa e per darla con forza
Su colei che il mio rosso ora gode.

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La mia virtù

Io son somma in fin dei conti
Di quei miei e altrui vizi
Che mi han reso nonostante,
L'equilibrio di me stesso.
Da vent'anni o giù di lì
Difetto ancor, perdono a voi
Dell'allora imberbe età.
Mi sia teste infin beffardo
Chi mi sosta sulla spalla
Con gran becco adunco e giallo
Il corvaccio trae diletto
Dei miei umori che di lui
Copian il nero maledetto.
Or son somma dei miei vizi
Son l'eguale di me stesso
E scusate se son parco
Ma il motivo lo sapete
C'è chi trae beneficio
Dai miei umani scarni e grigi
I quali umori vi dicevo
Son la unica virtù.

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