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Poesie

Io come scrittore

Le mie poesie

Ho visto Dio



Ho visto Dio in un giorno di pioggia
non era male, era bello, elegante.
Vestito bene e con la cravatta.
Scrutava le case, la strada
i passanti, i cani...
Era Dio, e attorno a Lui non pioveva
Era Dio, un dio asciutto.
Osservava le sue creature,
le osservava muoversi,
frettolose, preoccupate, chiuse.
Ho visto Dio incurante di me,
assorto e immobile: pensava.
Poi ad un tratto, parve scorgermi
e si voltò, allungando un po' il collo.
Gratificato gli sorrisi
e lui, alzando un po' il mento
si aggiustò la cravatta
e tornò a girarsi
concentrato sulle sue creature.
Ho visto Dio…era un padre asciutto.

g.g.

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Orgoglio sbagliato

Fraintendimento tra uomo e donna, a volte è cosa grave. Ed ecco che il protagonista di questa mia poesia, non conoscendo i drammi del Shakespeare, fraintende le parole della sua bella.

Orgoglio sbagliato

Su una panca sedeva
Distratta e bella appariva.
Accavallate le gambe, fisso lo sguardo
Fisso come spento, sbiadito sembrava.
Teneva uno scritto, un foglio incurvato:
Poesie d'amore, frasi liriche...
Sognava, sognava e viveva
Fantasticava in segreto, in segreto cacciava
ogni contraria noia.
In lei agiva con soave persuasione
Come un soffio cullante
Un salto di siepe, né lesto né furbo
Soltanto bucolico.
E io stupito, col cuore in mano
Stupito dicevo
Con occhi arsi di proponimento
Non conoscendo in verità
Più né giorno né notte
Colpito fui infine, o meglio rapito
In quell'ora, in quel giorno, da quella posa
Dalla sua grazia consolatrice.
Un dolce sogno in lei
Che a me parve propizio l'attimo.
Leggero, accostai furtivo
Lei ignara, non intuì
Solo sentore, odor di desiderio
Percezione, alfine, solenne.
Solenni le mani, solenni le dita,
Solenne il mio cuore...
Stringendola a me, con fare ardito
Le fui addosso ubriaco Ubriaco e di profumo sazio.
Un effluvio, sapete, come di fiore,
un fiore curato e mai colto.
Le mie labbra ingorde strisciavano Incaute premevano, gustavano Quel bianco collo, le calde braccia
Quando inebetita la mia musa Le sue volle muovere
-Romeo, amor mio, dunque tu sei tu?
In confidenza io costui non lo sapevo
E mosso a gelosia, mosso da rabbia
Stringendo i pugni e stringendo gli occhi
Smettendo in verità le mie poetiche vesti
Pronunciai, alfine, parole inadatte:
-Giovanna, per Dio non sono Romeo
-Non sei Romeo? Sei allora Otello?
-Né Romeo né Otello
E per Dio ancor lo dico
Tu non sei più mia musa
Solo che il ciel perdoni
Meretrice e traditora.
Parole sbagliate, parole ostili
Mi si perdoni
E mi si possa biasimare
Per mia tanta ignoranza
E poca perspicacia
Che ora il bel tomo
Il qual tengo in mano
Mi illumina e mi acceca, cieco d'amore
Per i bei paragoni
Di cui fui oggetto.
E da dietro l'angolo,
Quello più a me appresso,
Come uno sberleffo, un sorrisetto
Fatto da Shakespeare o la sua ombra
Che dal mio libro
Ha preso corpo.

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Il cerchio della vita



Passava spettrale e leggera
E lassù la finestra filtrava
Riflessi, barlumi inquietanti.
Sollevata dal suolo e impaurita
Vacillava il mio genio a cui tengo
L'intelletto, di norma ben sano,
Vacillava dicevo e fuggiva.
Or turbato gli occhi stringevo
E di soppiatto piano piano guardavo
Testimone dell'inquieto evento.
Addosso aveva null'altro
Una veste nera, leggera, frusciante
Che copriva, copriva e appiattiva
E veloce e sottil la rendeva,
Veloce ed effimera invero
Come la sua inutile vita.
Fissava di pietra insistente,
Infantile, futile e cerea
Una bellezza glaciale espandeva
Dei raggi non radiosi ma oscuri.
Qualcosa stonava, qualcosa mancava
Tornata, meschina, per l'ultimo bacio
Quel bacio quel sogno mancante
Quell'ultimo oblio di vita.
E verso me proseguendo
Anelando quel tocco d'amore
Con brivido freddo e terrore
Capii il motivo inquietante.
Le braccia protese, sottili
Verso me, come prima dicevo,
Voleva, meschina, il suo intento,
Chiudere il cerchio invero fatale
Il cerchio incompiuto e tortuoso
Della sua vita, inutile vita.



g.g.

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Il corvo e la femmina

Ho un bel corvo sulla spalla
Che sta saldo, unghie curve
Unghie curve e affilate
E che affondano squarciando.
Ho un fatal corvo sulla spalla
Serio nero e inespressivo
Ogni tanto cambia umore
E chissà i suoi intenti
Qualor contento sente i miei.
Scuro, torvo e minaccioso
Ogni tanto va di lato
E ricaccia le sue unghiacce
Nel profondo del mio nervo.
Ho una pena nel mio cuore
Che anch'essa ben affonda
E inesorabile ferisce.
Ma le gocce scaturite
Non son rosse non son dense
Che il corvaccio risoluto
Va a cavare dai miei occhi.
Femmina e corvo in fin dei conti
Che volete van d'accordo.
Finirà il mio tormento
Quando i due all'unisono
Ben contenti saran sazi
Di sorbire dal mio corpo.
Fin che allora soddisfatti
Cercheranno all'orizzonte
Un recipiente ben fornito
Di speranze da succhiare.

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Questa pallida luna



Intenso è il dolore,
immenso il pentimento
immenso il rammarico...
toccami...toccami...toccatemi,ora.
Io forte e tenace,
lei piccola, umile
ma di lei le qualità
ingigantivano le mie mani,
ingigantivano le ambizioni
e accecavano il mio sguardo
che di fuoco era divenuto
e i dardi filavano, sì filavano
in ogni dove, guizzavano veloci
e assieme a loro si allontanava
consapevole la mia anima.
La mia anima che inconsistente si faceva,
dimentica di quell'amore cavalcava.
Di tutto il suo cuore una pietra restava
e i miei dardi corti divennero,
corti e leggeri e freddi.
La prego signore mi tocchi
mi dia la sensazione del passato
che queste sbarre non permettono il ritorno
vi prego signori toglietemi questa gabbia
Toccami...toccami...toccatemi, ora.
La mia era finta gioia, no, vera
e lei non capiva.
Lei sapeva e giocava.
Era inverno e tremavo e la luna ansimava
e il mio cuore ansimava
lei un caldo recò e io lo colsi
solo io potevo.
Ora chiuso qui dentro, nella gabbia
lor signori non ignoratemi
toccami...toccami...toccatemi,ora,
evocate in me un minimo sentore
un minimo sentore, sotto questa pallida luna
di tenerezza, di quella che lei
col suo cuore di pietra
estirpare dal mio ha voluto,
sotto questa pallida luna.

g.g.

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Lo spasimante respinto



Teneva testardo i suoi fianchi di marmo
Lei le mani in avanti a respingere il fuoco
Il fuoco maschile che rende taurini.
Nero e bianco a volte a fatica ci stanno
E il grigio si sa non è sempre opalino.
Viveva sognava a volte illudeva
Che la musa consente potesse accettarlo
Ma lei ben accorta restia s'imponeva
E lui ora spenta ogni sua poesia
Tenace soffriva dei suoi malumori.
Focoso dicevo e in fondo anche ingenuo
Arpionava la bella con ghigno austero.
Ma in fondo si sa la bellezza sublima
In una gran ginocchiata invero dolente
Con angolo retto preciso fa scempio
Là dove centrale in dovuta evidenza
Il gioiello di lui gagliardo s'alzava.


g.g.

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Un amore respinto


Un amore finito

Chiedete lor signori
Chiedete pure a me
Chi fu splendido fiore
Chi fu quel dolce incanto

Radioso al mio fianco.
Ponete la questione
Forza orsù coraggio
Non fatevi frenare

Da ciò che ora provate
Dallo strazio che sprigiona
Il triste mio dilemma.
Sapete che è accaduto?

Capitene il motivo
La tenera fiammella
Che ardeva nel suo cuore
Sfrangiata dai mille venti

Ahimè è dileguata
Ed ora lor signori
Sto qui a illustrare
Cogli occhi miei velati
Il dramma mio interiore.

che ardeva nel suo cuore
sfrangiata dai mille venti
ahimè è dileguata
ed ora lor signori
sto qui a illustrare
cogli occhi miei velati
il dramma mio interiore.

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Un giorno come tanti



Un giorno come tanti

Un dì parea qualunque
Un giorno come tanti
E a rifletterci ben sopra
Non recava alcun colore.
Solo eccezion dei tuoi capelli
Li sentivo sul mio viso
Lo sfioravano appena
Ma resi inconsistenti
Dalla tua volontà
Di fuggire via
Di fuggire via da me.
Il vuoto che recasti
Non fu di compagnia
Il vuoto che recasti
Marcò la tua importanza
E fuggire via da me
Mi fece sol riflettere
Che i chiari tuoi capelli
Non sento tra le dita
Non tocco il lor spessore
E ahimè ora inconsistenti
Come appunto un dì qualunque
Un giorno come tanti.

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Oh! Socrate.

Oh Socrate

Santippe stralunata
Col dito l'indicò
E lui che a piedi scalzi
I discepoli guidava
Cercò con noncuranza
Di meglio interpretare
Ciò che gli riusciva
Cioè dell'ignoranza
del quale andava fiero
Si fece scudo a oltranza
Di tante negligenze.
Che conta il firmamento
Che conta la Cumana
Se quando a casa torno
Non v'è sembianza umana?
Per non parlar del desco
Oh numi! Che squallore
Non vedo alcun diletto
Che il calice può dare
E in cuor è risaputo
L'idea mia geniale
Di bere la cicuta
Per rendermi immortale.
Lontano dall'arpìa
Che Anassagora perdoni
Perdoni il mio tormento
Nel cosmo non v'è spazio
Del vin consolatore
E allora alzo il calice
Cavando il mio intento
Di uomo assai ignorante
Gustando il buon veleno.


Dedicata a Saffo

Una mano coperta dall'altra
e beato lo sguardo, profondo
profondo di un dio in procinto,
come una fiera in attesa.

Gli occhi di lui insistenti
nel tuo cielo infinito, angosciante
sterminato per me e mi perdo
geloso smarrito nel vuoto.

Finché dirada allorquando
per un istante incrocio il tuo azzurro.
In me tristezza e un fuoco interiore
che brucia spietato di dentro le vene.

In ombra in disparte osservo
ancora il tuo rider beffardo
unito a un incerto sorriso
e parole squisite, squisite per lui.

A quel dio con mani frapposte
o forse inquiete e incerte
che fremono e bramano avide
i tuoi tratti, il tuo splendore.

E in me null'altro espande
vuoti e inutili slanci
rivolti con affanno e dolore
ai tuoi tratti… al tuo splendore…

Invero è certo che Saffo
muta e sgomenta ansimava
e di morte certa convinta
gelosa e preda d'amore.


Divorzio

Sudate le mani ed il collo
D'angoscia invero opprimente,
Osservavo chinato sul banco
Il legale con labbra sporgenti
A spinger esortando la firma
Da apporre sull'atto finale.
I miei fiori appassire dovranno
E le foto bruciare d'incanto.
E il prete il verbo cambiare,
Mutare per Dio questo è certo
Che il "per sempre" desueto e funesto
In "cercherò" che senz'altro è corretto.
I baci gli sguardi e l'amore
Cancellare non v'è dubbio si può.
Non si può altrettanto questo è certo
Togliere il rosso dal conto corrente
Che un dì lontano, estasiato e accecato
Per i suoi occhi languidi e belli
Con amore e noncuranza io stesso
Iniziai traboccante fiducia,
Per i debiti e buona causa
Una causa ora alla fine
Che il rosso si fa più accecante
Ma per Dio qualcuno mi spieghi
Perché mai noi uomini stolti
Per amore per passione e per brama
Alla fine dobbiam come fessi
Smentir il "per sempre" di prima.
Se qualcun pria mi accennava
Che il "cercherò" saria più appropriato
Una moto, una moto comprava
Coi soldi del viaggio di nozze
Ed il resto ben largo ci stava
Pei capricci miei antichi di bimbo
Una tuta spaziale, una clava
Per difesa e per darla con forza
Su colei che il mio rosso ora gode.

La mia virtù

Io son somma in fin dei conti
Di quei miei e altrui vizi
Che mi han reso nonostante,
L'equilibrio di me stesso.
Da vent'anni o giù di lì
Difetto ancor, perdono a voi
Dell'allora imberbe età.
Mi sia teste infin beffardo
Chi mi sosta sulla spalla
Con gran becco adunco e giallo
Il corvaccio trae diletto
Dei miei umori che di lui
Copian il nero maledetto.
Or son somma dei miei vizi
Son l'eguale di me stesso
E scusate se son parco
Ma il motivo lo sapete
C'è chi trae beneficio
Dai miei umani scarni e grigi
I quali umori vi dicevo
Son la unica virtù.


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